Di M.Malavolta
Ad un anno dal conseguimento della tanto sudata licenza di volo, tiriamo le somme e valutiamo gli eventuali passi in avanti nella preparazione nonché le ragioni che spingono molti neobrevettati ad abbandonare questa splendida disciplina proprio all’ indomani della loro consacrazione a PILOTI; sorvolerei sul fattore economico………, non perché non sia importante, anzi sono profondamente convinto che abbia una grossa influenza, che finchè il nostro rimarrà uno sport per così dire d’elite ( anche se tra i meno costosi nel vasto mondo aeronautico), una certa fuoriuscita sarà fisiologica………, ma perché il problema è li, nella sua crudezza, e posso solo augurarmi che i nostri legislatori pongano in essere una politica volta alla riduzione dei costi .
Il nostro sport, piaccia o no, appartiene al mondo dei cosiddetti “sport estremi” e l’estremo non è , come qualcuno disse, una aspirazione al suicidio, ma un orizzonte mentale volto alla vita e non in diretta correlazione col rischio ma con la più intima spiritualità di ognuno…..il termine sport è riduttivo, potrei definirlo un arte, una filosofia di vita, letteralmente un modo diverso di osservare le cose e comunque un percorso intimistico di crescita che ognuno vive alla propria maniera…..ciò da cui, invece, non si può prescindere è la disciplina, l’ osservanza di una serie di norme che l’ allievo apprende durante la scuola di volo e che fondano la base su cui poggia la propria preparazione. Tutto questo comporta un impegno costante, anche fuori dal campo, volto alla acquisizione di nuove conoscenze di nuove esperienze….., capita che dopo un volo particolarmente eccitante (il chè è relativo alla esperienza di ognuno), te lo rivivi, ripassi, analizzi a posteriori…….proprio come da allievo rivivevi quei momenti al traino quando non riuscivi a far fare all’ aliante quello che volevi……..e ti prepari per il prossimo incontro; già questa è un ottima abitudine.
La definirei “la sindrome del gambero”, quella sgradevole sensazione di tornare indietro nella preparazione, di aver improvvisamente perso anche quel poco che ci sembrava acquisito , ma è forse qui la lezione…..,capita che per un discreto vento al traverso ti ritrovi allievo con un aliante che sembra non prenderti più in considerazione……..e quell’ aereo che sobbalza forte davanti a te……..e ti ritrovi a pensare che oggi forse era meglio se rimanevi a terra…….ed invece il volo è uno di quelli che ti fanno crescere, che ti fanno capire che un po’ di strada ne hai fatta ma che ne hai ancora tanta davanti. E’ fin troppo ovvio, dunque, che questa disciplina richiede una certa costanza nella pratica, soprattutto agli inizi della propria carriera di volovelista, pena un rallentamento esponenziale nell’ apprendimento delle tecniche basilari e di volo veleggiato; ed è proprio il volo veleggiato a rappresentare il principale interesse del neobrevettato che più o meno padrone del mezzo, dovrà imparare a fornirlo di motore.
La mancanza di una vera e propria formazione di secondo periodo può forse essere in alcuni casi la ragione di un prematuro abbandono; è quindi auspicabile che il neobrevettato sia seguito anche dopo la licenza approfondendo quelle situazioni che durante il corso sono state marginali. Il passaggio dalla teoria delle lezioni di meteorologia alla pratica in dinamiche o termiche lascia spesso perplessi nella difficoltà di riconoscere i fenomeni atmosferici e saperli sfruttare al meglio; sicuramente se si continua a volare presso l’ aeroclub ove ci si è licenziati un minimo di conoscenza delle condizioni meteo locali la dovremo pur aver acquisita, sarà la direzione del vento a dirci se affrontare un volo in dinamica o se ripiegare in valle…., riuscire a rimanere in volo, invece, non sarà sempre facile e le situazioni mai identiche; l’ apporto dei compagni più esperti , degli istruttori, sono in questo periodo, alternati a volo solo pilota o con pari livello, momenti di grande crescita in cui le tecniche vengono affinate e la teoria comincia a prendere corpo….si comincia a “sentire” le termiche oltre che a saperle riconoscere ed i primi guadagni di quota saranno un momento indimenticabile, un limite raggiunto e presto superato; ricordo bene il primo volo d’ onda, ne ho fatti ben pochi del resto, col mio istruttore sul cielo di Lucca, come i 3000 su Barberino, o la prima ora da solo pilota, …….altro che smettere, il pensiero vola alle possibilità offerte da queste splendide macchine, alle distanze toccate dai piloti del club, magari con alianti monoposto maggiormente performanti e la voglia di allargare i propri confini diventa sempre più forte.
Sono anche convinto che il periodo di secondo livello dovrebbe includere elementi di volo acrobatico, anche se non si ha intenzione di abbracciare questa specialità, al solo scopo di rendersi più padroni e consapevoli del mezzo ma è altrettanto ovvio che una formazione del genere non può essere improvvisata ma parte di un regolare corso tenuto da istruttori qualificati.
Personalmente, quando mi trovo in volo, la cosa che più mi preme è di non trovarmi a vivere quella sensazione di impotenza che tutti abbiamo bene o male provato durante i primissimi voli, sarà quindi utile avere sempre ben chiaro il proprio livello di preparazione in funzione del tipo di volo che andiamo a sperimentare; una termica girata male a 700m potrà al massimo costringerci ad un rientro prematuro, una dinamica affrontata senza la giusta deriva può metterci nella condizione di non poter rientrare con conseguente atterraggio fuori campo, così un forte vento può levarsi durante un volo solo pilota e costringerci ad un atterraggio più impegnativo……eppure queste condizioni dovremo andarcele a cercare per conoscerle e saperle sfruttare al meglio, ecco perché ribadisco la necessità di volare spesso nonché di affrontare le situazioni più impegnative e/o nuove con l’ ausilio di soci maggiormente esperti, almeno finchè non si avrà la necessaria dimestichezza, il chè renderà anche più attendibile la nostra autovalutazione.